Le funambole della dimenticanza, Prologo

Sono nata senza corpo… Dalla nascita mi sono lasciata dimenticare... Sono un niente che deambula dall’altra parte dello specchio... Mi sento incisa nel nulla...

Le parole delle donne anoressiche e bulimiche mi accompagnano da anni come una musica di fondo. Ninna nanne tristi che si assomigliano.
Canti intrisi di dolore e di nostalgia che tessono il filo del mio ascolto, ritmano i silenzi e smuovono di continuo il mio pensiero.
Queste donne m’insediano letteralmente, contro la mia volontà, tiranniche, per il terrore di essere ancora trascurate… e tentano senza tregua di gridare in un vuoto stridente trascinandosi come ombre in deserti sconosciuti da tutti.
Ebbre di sete e di sconforto, al limite dell’agonia, si sentono già morte.
Queste sono le prime parole di Soledad, bisbigliate come un soffio: “I miei genitori mi hanno dimenticato da qualche parte... Mi sento errare nell’aria come un uccello… Tutti gli uccelli hanno un nido da cui provengono, in cui possono rifugiarsi; io non ho avuto un nido, non ho avuto genitori e aspetto... aspetto che mi si ami… che mi si indichi la strada… aspetto di iniziare a vivere, di avere un desiderio, di essere capace di amare, di avere un corpo tutto mio… Mi sento imprigionata all’interno, in un vuoto pieno di lacrime, e aspetto...”
Le loro voci sorgono dal fondo del tempo, come uno stillicidio monocorde di lacrime di stelle interrotto improvvisamente da una raffica di tuoni che scrosciano in un silenzio siderale.
Mute, spariscono dietro la Galassia da cui ci spiano, disperate.
Stelle fantasma, da milioni d’anni nel vuoto siderale, continuano ad aspettare…
Stella dice: “Ho scelto un destino sublime: non conservare nulla di me, dell’Io di prima, dell’Io che la mamma aveva scelto per me. Se potessi definire cosi questo oblio totale... Mi sento impressionata dalla mia disinvoltura, che sfiora l’insolenza, con cui mi abbandono alla spoliazione di me stessa, poi al niente, al nulla.”
Porto in me il vissuto straziante di queste pazienti, ombre smarrite alla ricerca del loro proprio corpo. Orfane, esse errano instancabilmente nel solco dell’assenza.
Con il passare del tempo, non ho più voluto essere l’unica depositaria del loro segreto, la sola testimone della loro esistenza, la guardiana invisibile della loro immagine.
Dovevo trovare una risposta a queste domande: come hanno potuto perdere il loro corpo? per quali ragioni continuano a distruggersi con troppo o troppo poco cibo in un flirt incessante con la morte? Perché, come stelle filanti, chiedono aiuto svanendo nel nulla, rendendoci complici ed impotenti? Ed infine, come possiamo aiutarle a ritrovare il loro corpo precipitato in fondo al pozzo del tempo, nella profondità dell’oblio?